C’è un momento, nella vita di ogni organizzazione, in cui bisogna scegliere: continuare a contare i torti, o cominciare a contare i giorni che restano prima di ricostruire.
Per due anni SNATER si è consumato in accuse, esposti, sospensioni, comunicati al vetriolo. Ognuno di noi ha le proprie ragioni per pensare di essere nel giusto. Forse le abbiamo — ma da soli, con le ragioni, non si ricostruisce un sindacato. Ci vuole qualcun altro disposto ad ascoltarle.
Per questo diciamo una cosa semplice, e la diciamo sul serio: il passato non conta più.
Non perché i fatti non siano accaduti. Non perché improvvisamente tutto sia stato chiarito o perdonato. Ma perché continuare a misurare chi ha ragione ci sta costando l’unica cosa che un sindacato non può permettersi di perdere: la fiducia di chi rappresenta.
Proponiamo a tutti – a chi ha firmato accuse e a chi le ha ricevute, a chi si è schierato da una parte e a chi si è schierato dall’altra – di ritirare ogni fronte aperto e ripartire da una tregua vera, ferrea, rispettata da tutti fino al prossimo congresso. Una segreteria ponte, larga, senza cooptati, con il solo compito di traghettarci a un congresso libero, a gennaio, dove finalmente si deciderà con il voto e non con gli esposti.
Non è un armistizio di comodo. Non è una mossa a tavolino. È la scommessa che SNATER valga più delle persone che in questo momento lo dividono – inclusi noi stessi.
Se qualcuno pensa che sia ingenuo, che sia troppo tardi, che le ferite siano troppe per rimarginarsi – capiamo il dubbio, perché lo abbiamo avuto anche noi. Ma l’alternativa è chiara, e la conosciamo già: altri due anni identici agli ultimi due. Un altro congresso deciso a tavolino invece che con il consenso vero degli iscritti. Un altro sindacato che si guarda allo specchio e non si riconosce più.
Noi vogliamo ripartire. Chiediamo a chi ci ha combattuto in questi due anni di scegliere, insieme a noi, se vuole ripartire anche lui.
Da oggi, il tempo che conta non è più quello passato a contare i torti. È quello che abbiamo davanti, per ricostruire.
IL PROGRAMMA
Lo SNATER non è nato in una stanza di un notaio, anche se la sua nascita formale è lì, in quell’atto del 1957. È nato molto prima, in un’idea che non si è mai spenta del tutto: che i lavoratori hanno diritto a essere ascoltati, non solo rappresentati; che la democrazia dentro il sindacato non è una parola, ma una pratica quotidiana fatta di assemblee, di voti, di confronti; che la difesa dei diritti non può essere delegata a pochi, ma deve essere vissuta da molti.
Questa idea ha attraversato decenni, ha cambiato forme, ha perso pezzi per strada e ne ha guadagnati altri. Ha attraversato l’Italcable, la fusione in Telecom, le privatizzazioni, le ristrutturazioni, le cassintegrazioni, le delocalizzazioni. E l’ha attraversata sempre con un’identità chiara: quella di un sindacato che ha scelto di non farsi inghiottire dal gioco delle cooptazioni e delle spartizioni, che ha scelto di restare un corpo vivo, legato alla sua base, riconoscibile per la sua autonomia.
E fuori, il mondo del lavoro cambia davvero. I contratti si frammentano, le certezze si sgretolano, la precarietà diventa una condizione permanente per troppi giovani. La tecnologia avanza a una velocità che le regole faticano a seguire. L’intelligenza artificiale, gli algoritmi, i sistemi di sorveglianza digitale non sono più fantascienza: sono strumenti che vengono usati, oggi, per controllare chi lavora, per misurare, per valutare, per escludere. Ma anche strumenti che possono diventare nuove forme di difesa, se sappiamo usarli con intelligenza e trasparenza. Per questo il sindacato di oggi non può più ignorare la tecnologia: deve imparare a usarla per difendere i diritti, non per delegare la loro difesa.
Il nostro compito non è cambiato nei decenni, anche se il mondo intorno a noi è irriconoscibile. È sempre lo stesso: essere presenti dove i lavoratori vivono il lavoro; ascoltare chi non ha voce; costruire ponti, invece di alzare muri. Tra sindacati, tra generazioni, tra lavoratori e aziende, tra IDEE DIVERSE. Non è un compito semplice, ma è l’unico che abbia senso.
Noi, che abbiamo ereditato questa storia, abbiamo il compito di non disperderla. Di portare avanti il testimone con le mani pulite e la testa alta. Perché un sindacato che si ferma, alla fine, non trova più il tempo di difendere nessuno. E il tempo, per i lavoratori, è già troppo poco.
Non è retorica. È la storia delle vertenze che hanno segnato il lavoro nelle telecomunicazioni in questi anni. In molti casi, è stato lo SNATER a portare avanti battaglie che altri non hanno voluto o potuto affrontare.
La franchigia, il passaggio di livello, la timbristica in postazione — vertenze promosse e vinte fino in Cassazione. Non perché fossimo più furbi di altri, ma perché non avevamo vincoli con la controparte. Perché, quando un sindacato non ha accordi sottobanco con l’azienda, può permettersi di portare una causa fino in fondo, senza la paura di rompere un equilibrio che non dovrebbe esistere.
E poi ci sono altre battaglie che hanno cambiato la vita dei lavoratori:
• Le vertenze sugli scorpori illegittimi di rami d’azienda — quando l’azienda cerca di smembrare il lavoro per aggirare i diritti, lo SNATER c’è.
• Il doppio stipendio in caso di scorpori giudicati illegittimi — perché se l’azienda sbaglia, sono i lavoratori a dover essere risarciti, non l’azienda a essere scusata.
• I diritti del sindacato garantiti dalla legge 300/70 — che non sono un privilegio, ma uno strumento di democrazia, e che vanno difesi giorno per giorno.
• Le tematiche ambientali — dall’amianto alla sicurezza nei luoghi di lavoro — che altri hanno spesso messo in secondo piano.
• Lo stress da lavoro correlato nei call-center — un tema che non è solo psicologico, ma economico, contrattuale, umano.
• Il controllo a distanza — che con le nuove tecnologie è diventato più invasivo che mai, e che richiede un sindacato che sappia leggere il presente.
In tutto questo, lo SNATER ha avuto un ruolo che nessun altro sindacato poteva avere: quello di chi non ha paura di dire no.
Non perché ci piaccia dire no. Ma perché un sindacato che dice sempre sì, anche quando l’azienda sbaglia, non sta difendendo i lavoratori: sta difendendo un sistema di potere.
Noi vogliamo tornare a essere quel sindacato. Non quello che firma per non perdere il tavolo, ma quello che sta al tavolo per difendere i diritti. Non quello che cerca visibilità, ma quello che cerca giustizia.
Il lavoro dei prossimi anni sarà duro. Le aziende cercheranno di ridurre i costi, di spostare il peso dei profitti sulle spalle di chi lavora. Ma noi ci saremo.
Perché un sindacato autonomo, privo di vincoli con la controparte, può fare ciò che altri non possono: contestare, contrastare, costruire. Senza chiedere permesso. Senza guardare al tornaconto di chi siede dall’altra parte.
Segreteria SNATER – Lazio

