Il live streaming funziona ancora male: i problemi non dipendono solo dalle piattaforme, ma dal “digital divide” (vero, Tim?). Infatti pure Amazon arranca

di Lorenzo Vendemiale | 17 SETTEMBRE 2021

La rotellina che gira, l’immagine che sgrana, il segnale che salta: il calcio in streaming è il nuovo incubo dei tifosi. Campionato o coppa, Serie A o Champions, non fa troppa differenza. Se Dazn non funziona, ma anche Infinity salta e persino il colosso Amazon un po’ si inceppa, viene da pensare che il problema non sia Dazn o Infinity, ma noi, l’Italia, un Paese con un digital divide imbarazzante, di cui ci siamo accorti solo dopo aver affidato a internet il bene più prezioso per gli italiani. Il pallone.

Il satellite è il passato, lo streaming è il futuro, su questo non c’è dubbio. La migrazione immediata però è impresa titanica. Basti dire che l’Agcom quest’estate era preoccupata per la tenuta della rete (su cui ha lavorato Tim): il timore non era che non si vedesse bene la partita, ma che per il sovraccarico non si riuscisse più a fare nemmeno tutto il resto. Questo rischio è stato scongiurato, eppure il tifoso continua a non vedere e si lamenta. Tanto, a volte magari immotivatamente, ma il cliente ha sempre ragione. Dazn & C. dovrebbero saperlo. Persino l’Agcom è dovuta intervenire in Parlamento. Ha bacchettato Dazn ma per questioni burocratiche, la carta dei servizi non è conforme. E poi c’è il tema degli ascolti, anche qui Dazn fa acqua. Perché i dati digitali non erano mai stati calcolati e se li rileva da sola, con Nielsen, che però non è una società certificata come Auditel (sulle tv c’è una discrepanza del 15%, i conti non tornano). Dazn comunque assicura che non c’è stato alcun calo rilevante e almeno su questo c’è da crederle: dove volete che vadano i tifosi, al massimo fissano uno schermo nero.

A oggi ci sono stati tre grossi disservizi. Il primo all’esordio di Inter-Genoa, quando è saltato un server Dazn. Poi è stata la volta di Napoli-Juve, black-out al momento del gol decisivo di Koulibaly, per un picco di utenti su rete Tim. Quindi Infinity e il martedì di Champions, con un errore per il collasso di una Cdn (Content delivery network), gli snodi da cui viene ripartito il segnale. Tecnicismi quasi incomprensibili che non spiegano un generale malcontento, tutto troppo complicato. Ed è proprio questo il punto. La visione di massa di un live streaming (ben diversa dalla serie tv di Netflix) è un sistema complesso, che dipende da numerose variabili: basta che non funzioni una e si blocca tutto. C’è una rete che solo recentemente è stata potenziata e non lo è in alcune aree. Ci sono i flussi e le codifiche di ciascun operatore. Ci sono le Cdn di fornitori terzi, e poi le connessioni finali degli utenti. Così la situazione non è mai del tutto sotto controllo. La soluzione ventilata anche da Agcom sarebbe garantire l’alternativa del digitale terrestre se non si raggiunge un livello di qualità minima (oggi invece è prevista solo per le aree scoperte). Ma nel grande piano orchestrato da Tim, costringere il Paese a digitalizzarsi per vedere il pallone, non può esserci un’alternativa. Bisogna vedere se la situazione migliorerà rapidamente o la pressione porterà a qualche compromesso.

Il peccato originale è questo, e non solo. Al Fatto risulta che Dazn non abbia ancora adottato la nuova codifica Mpeg5 che alleggerisce i flussi, come suggerito dagli esperti. La sensazione è che i tre anni di apprendistato non siano stati sfruttati per prepararsi al grande salto, che investimenti e aggiustamenti siano iniziati troppo tardi. Tantomeno per Infinity di Mediaset. Non a caso Amazon, che non è una start-up ma un colosso che dai web service trae oltre il 10% dei ricavi, ha mostrato subito una qualità d’immagine di gran lunga superiore. Poi se non ce la fanno nemmeno loro, vuol dire che davvero l’Italia non era pronta. Non ci resta che aspettare e intanto esultare quando vediamo un gol, se lo vediamo.

Dai il tuo supporto iscrivendoti! Clicca per aderire