da ilfattoquotidiano.it

Con il ministro Renato Brunetta aveva già duellato apertamente non appena quello decise di chiudere con l’era dello smart working. “Dobbiamo mettere a valore il capitale umano” la tesi del colonnello berlusconiano; “con lo smart working si lavora meglio e si lavora di più” la risposta di Domenico De Masi. Ieri lo scontro si è acuito, perché il sociologo ha deciso di dimettersi dall’Osservatorio sul Lavoro agile istituito dalla precedente ministra della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone.

Cos’è successo, professore?

Con il lockdown del 2020 e l’urgenza di ricorrere al lavoro agile, la ministra Dadone, che mise in smart working una percentuale notevole di dipendenti pubblici, creò una commissione di 15 esperti per monitorare il fenomeno e consigliare su legislazione e sul fenomeno ancora abbastanza inedito.

Una commissione di veri esperti?

Certamente, a cominciare dal coordinatore, Mario Corso, membro del comitato scientifico degli osservatori innovazione digitale della School of Management del Politecnico di Milano, l’istituzione più autorevole in materia (commissione che non percepisce emolumenti, ndr).

E poi cosa è successo?

Da quando è subentrato Brunetta, l’Osservatorio è stato riunito solo tre volte in riunioni soprattutto informali, senza ordine del giorno o verbali e in genere per essere informato di decisioni già prese dal ministro. Il coordinatore della commissione si è dimesso e non è stato rimpiazzato, siamo stati tenuti a bagnomaria e i compiti assegnati non sono stati assolti. Abbiamo chiesto più volte di essere ascoltati, ma non siamo stati mai sentiti. A questo punto, anche per un fatto di dignità, ho dato le dimissioni. Mi è sembrato di essere stato preso in giro.

Brunetta non ama lo smart working, che approccio ha?

Un approccio distruttivo, il ministro è un analogico che non ha cultura digitale e considera lo smart working come uno strumento per assecondare i fannulloni.

Non è stato improvvido anche in relazione alla recrudescenza pandemica?

Si è trattato di una doppia follia: c’era una legge che stabiliva che il rientro sarebbe dovuto avvenire a gennaio e lui l’ha anticipata. Ma le aziende private stanno ancora utilizzando massicciamente lo smart working.

Oggi ci sarà lo sciopero di Cgil e Uil, lei lo condivide?

Senza dubbio, e basta un dato: i salari italiani sono gli unici, tra i Paesi Ocse, a essere diminuiti tra il 1990 e il 2020. Senza citare i Paesi come Lituania ed Estonia, che hanno visto aumenti superiori al 250%, si possono citare alcuni degli altri: Spagna +6%, Belgio + 25%, Grecia +30%, Germania +34%, Svezia +63%, Irlanda +85%. L’Italia, invece, ha avuto un -2,9%, in trent’anni è una vergogna.

Come spiega questo dislivello?

Di sicuro è stata bravissima la Confindustria e il padronato, ma sono stati anche debolissimi i sindacati e di sicuro poco attenti i partiti di sinistra.

Ricorda così tanta avversione contro il sindacato che sciopera?

Solo con il governo Renzi è avvenuta una cosa simile. Ma è comprensibile, Draghi è un neoliberista, inutile pensare che lui possa risolvere i problemi sociali, ricordiamoci della Grecia. La sinistra non ha la capacità di coagulare i lavoratori e di radicalizzare i rapporti. Il padronato lo fa.

I partiti del centrosinistra sono adeguati?

Il Pd, con il suo segretario Enrico Letta, ha detto di non capire, manifestando stupore. Il M5S ha un’occasione d’oro nello schierarsi a favore dello sciopero.