Il Poligrafico dello Stato si preparava a correre con Fastweb, il ministero gli ha fatto capire che non è aria. Anche Fincantieri è fuori

di Carlo Di Foggia | 16 Settembre 2021

La partita è di tutto rispetto – quasi 2 miliardi stanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) –, ma la gestione è affidata al classico metodo delle pressioni informali, al “si fa ma non si dice”. Parliamo del Polo strategico nazionale per il cloud (Psn), destinato a ospitare i dati della Pubblica amministrazione oggi sparsi in migliaia di data center spesso poco affidabili.

Ecco, il governo ha deciso di avviare un bando, accogliere proposte, però dietro le quinte fa di tutto per far prevalere solo una cordata: quella formata da Cassa Depositi e Prestiti in asse con Tim e con la partecipazione di Sogei, in house del Tesoro, e Leonardo, l’ex Finmeccanica. Una preferenza che si esplica, quando le cose si complicano, anche nell’invito a non partecipare inviato per le vie brevi ai potenziali rivali. Nei giorni scorsi, ad esempio, una chiamata partita direttamente dal gabinetto del ministro dell’Economia Daniele Franco è arrivata al Poligrafico dello Stato, che era pronto a partecipare insieme a Fastweb. Il contenuto, a grandi linee, è stato questo: dovete sfilarvi.

Andiamo con ordine. La necessità di portare i dati della P.A. sulla nuova tecnologia della “nuvola” garantendone la sicurezza si è fatta ormai impellente. Il Pnrr stanza 2 miliardi per l’operazione, il cui primo step è mettere in piedi il Polo strategico (Psn) e far migrare i dati più sensibili delle amministrazioni centrali, cioè ministeri e agenzie (entro il 2025), e poi quelli della P.A. locale.

Il ministro della Transizione digitale Vittorio Colao, sulla scia di quanto già pensato ai tempi del Conte-2, il 7 settembre ha confermato la scelta di non fare una gara, ma usare il Partenariato pubblico-privato (Ppp) per selezionare chi dovrà realizzarlo. In sintesi funziona così: per partecipare, i privati devono allearsi con una società “sottoposta a controllo, vigilanza e monitoraggio pubblico”. Insomma, una controllata al 100% dello Stato. Formalmente la scelta è dettata dalla necessità di avere sovranità sui dati evitando rischi associati ai fornitori extra-Ue, cioè i colossi Usa. Dal 2018, negli Usa vige infatti il Cloud Act, che può consentire alla giustizia o ai servizi di intelligence americani di accedere in alcuni casi ai dati ospitati al di fuori degli States. Questa scelta ha scombinato i piani delle cordate che si erano già iniziate a formare a maggio tra i big esteri e grandi partecipate italiane: Tim-Google; Leonardo-Microsoft e Fincantieri-Amazon. Il governo, però, è andato perfino oltre, divenendo giocatore e arbitro della partita. “Ci attendiamo che arrivi una proposta e se ci piacerà verrà valutata da una serie di soggetti, poi la potremo comunque pubblicare – ha spiegato Colao – il criterio di scelta non sarà ‘chi è l’azionista’ ma ‘chi ha le competenze per farlo’”. E invece è andata al contrario. Ai primi di settembre settembre dal gabinetto del Tesoro, guidato da Giuseppe Chiné, sarebbe arrivato lo stop al Poligrafico dello Stato. La Zecca dello Stato – che, va ricordato, è una controllata del Tesoro – era prontissima a partecipare in cordata con Fastweb. Il suo azionista ha fatto sapere che non era il caso. La mossa non è piaciuta a Fastweb e c’è il forte rischio di strascichi giudiziari: la società avrebbe infatti chiesto di avere una conferma scritta e non solo “per le vie brevi”, del motivo per cui il partner pubblico si è tirato fuori. La proposta, d’altra parte, era praticamente pronta: ci si lavorava da luglio, con tanto di testo scritto e fior di consulenti arruolati. La proposta era articolata in due ipotesi. Il Poligrafico, forte anche dell’esperienza maturata con la carta d’identità digitale, proponeva un investimento in tre data center per una spesa di 700 milioni o di 450 milioni con due data center e il potenziamento di quelli più sicuri tra quelli esistenti. In un primo momento era prevista la partecipazione di Sogei, poi sfilatasi a favore dell’altra maxi-cordata cara al ministero dell’Economia.

La scadenza per presentare le proposte è fine settembre, ma così rischiano di arrivarne assai poche, se non nessuna perché il Tesoro di fatto sta decidendo quale partecipata pubblica può concorrere e quale no. Anche Fincantieri si è dovuta sfilare, tanto più che è controllata da Cdp. In teoria restano quelle formate da Almaviva-Aruba e “Consorzio Italia Cloud”, che racchiude 6 aziende italiane, ma al momento non hanno il partner pubblico e, visto come vanno le cose, trovarlo sarà un’impresa. Insomma, tutto sembra fatto per far primeggiare la cordata Cdp-Tim ed è soprattutto l’ex monopolista telefonico che – a quanto pare – se ne gioverebbe, tanto che il governo tiene a bagnomaria da mesi la società unica della rete con Open Fiber (a sua volta controllata dalla Cassa).

L’altro effetto di questi condizionamenti riguarda i possibili effetti sui costi per lo Stato. Come detto, la partita vale 2 miliardi, ma con una sola proposta in campo la concorrenza sulle tariffe offerte dagli operatori rischia di non esserci. Per dare l’idea, già nel dicembre 2020 Tim e Cdp (insieme alla controllata Sia) presentarono una proposta all’allora ministra Paola Pisano: il piano prevedeva di realizzare il Psn con un cloud di tipo “ibrido-privato” (l’ipotesi che oggi è la prima scelta del ministero). L’offerta ipotizzava un contratto di concessione esclusiva per 10 anni in grado di fruttare circa 400 milioni di euro l’anno di ricavi stimati, con margini lordi intorno al 38%. Roba da Autostrade per l’Italia, e non è mai un bel segnale…