Quasi due aziende su 10 hanno deciso in maniera illegittima di tagliare i buoni pasto.

Da quando la pandemia ha imposto lo smart working di massa, quasi due aziende su 10 tra quelle che hanno il buono pasto come benefit hanno deciso in maniera illegittima di tagliare il ticket a chi lavora da casa. Hai voglia a raccontare che il lavoro agile ha avuto effetti positivi preservando i livelli salariali e la stessa salvaguardia dell’occupazione, come ha avuto modo di spiegare recentemente Bankitalia. E nonostante l’elogio da parte del premier Mario Draghi anche alla Pubblica amministrazione che “ha dimostrato capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza”.

Eppure, secondo l’Anseb, la più grande associazione delle società emettitrici di buoni pasto, fino a 150mila dipendenti pubblici e privati in questo ultimo anno sono stati negati i buoni pasto. “I dati su quanti lavoratori non stanno più ricevendo i ticket restaurant sono anche più alti”, spiega il direttore del Centro studi Anseb Emmanuele Massagli. “Il calo in questo anno di pandemia dell’acquisto di buoni da parte delle aziende è stato infatti tra il 30 e il 35%, ma comprende sia le imprese che illegittimamente hanno deciso di non dare più i ticket ai dipendenti nonostante sia previsto dal contratto sia quelle che, purtroppo, non hanno mai più riaperto dopo il lockdown, circa il 15%, o che hanno ancora tutti i dipendenti in cassa integrazione. Poi ci sono anche alcune piccole realtà in cui i datori di lavoro, perlopiù piccolissimi imprenditori, li concedevano di propria iniziativa e da quando è scattata la pandemia hanno deciso di non darli più”, aggiunge Massagli. Ma se questi ultimi due casi non prevedono irregolarità, i datori di lavoro commettono un illecito in quasi il 15%, secondo le stime. Tra questi, soprattutto alcuni grandi gruppi bancari che hanno deciso unilateralmente di sospendere l’erogazione dei ticket. Le aziende sono, invece, tenute a garantire i buoni pasto per chi lavora in smart working se è previsto nel contratto di lavoro di riferimento o è stato sancito da un accordo sindacale. Ricordando che dallo scorso anno è stato abbassata la detrazione fiscale sul buono pasto cartaceo a 4 euro e innalzato il valore defiscalizzato dei buoni pasto elettronici a 8 euro.

Poi, però, ci sono anche alcune sentenze che negli ultimi mesi hanno fatto scuola. Ad esempio, la decisione del Comune di Venezia di sospendere l’erogazione dei buoni pasto nei confronti del proprio personale in regime di lavoro agile. Decisione giudicata legittima dal Tribunale di Venezia secondo cui durante lo smart working non è previsto un orario di lavoro fisso e per questo viene meno il presupposto per cui il buono non può essere usato fuori dall’orario di lavoro, come è stabilito per legge. Insomma, la solita confusione burocratica che rischia però non solo di far passare l’idea che lo smart working diventi una fregatura per il lavoratore, ma che schianti definitivamente il settore dei buoni caratterizzato da una guerra dove vincono sempre gli stessi (e a danno dei ristoratori). A spartirsi una torta da 3,2 miliardi di euro, tra pochissimi controlli, sono sempre un paio di giganti stranieri e uno sparuto grappolo di aziende italiane. Mentre gli esercenti denunciano commissioni ritenute “insostenibili” per offrire un servizio a circa 3 milioni di lavoratori, di cui un milione di dipendenti pubblici.