Svenduta ed umiliata dagli abusi di potere di gente infame che non sa cos’è il pudore

Elio Lannutti – Senatore della Repubblica italiana

Atto n. 4-06335

Pubblicato il 1 dicembre 2021, nella seduta n. 384

LANNUTTI , ANGRISANI , CORRADO , CASTALDI , CIOFFI – Ai Ministri dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze.

Premesso che:

nelle scorse settimane vi è stata una manifestazione d’interesse non vincolante del fondo USA di private equity KKR, che si è dichiarato pronto a realizzare un’offerta pubblica di acquisto del 100 per cento su TIM. Il fondo KKR già detiene il 37,5 per cento della FiberCop, società in cui è confluita, tra l’altro, la rete secondaria di TIM;

il 29 novembre 2021 il numero uno di TIM Luigi Gubitosi ha rimesso le deleghe, che sono passate ad interim al presidente Salvatore Rossi. Quelle operative, da direttore generale, potrebbero andare invece a Pietro Labriola, che negli ultimi due anni e mezzo è stato alla guida di TIM Brasil, di cui dovrebbe rimanere chief operating officer;

secondo quanto riportato dai media francesi (in particolare, il canale televisivo all news BFM TV), l’offerta di acquisto da parte del fondo americano KKR potrebbe avere tra i beneficiari, in caso di successo, Xavier Niel, fondatore del gruppo Iliad, la società di telecomunicazioni francese attiva in Italia dal 2018. Come riportato dal quotidiano economico “Il Sole-24 ore”, l’imprenditore francese è una vecchia conoscenza di Telecom Italia: “Era entrato contemporaneamente all’arrivo di Vivendi, salvo poi smontare, nel 2018, la posizione su Telecom che ne faceva un azionista potenziale al 10-15% dopo essersi assicurato l’ingresso in Italia con la sua Iliad per volere della Commissione Ue a seguito della fusione fra Wind e 3 Italia”. In più, Xavier Niel è da marzo 2018 consigliere del fondo KKR. Come membro del board non ha sulla carta nulla a che vedere con il management dei diversi fondi e degli investimenti, spiega il quotidiano economico. L’incrocio però ha fatto “rumore” in terra francese: in un take dell’agenzia Agefi-Dow Jones si legge: “L’arrivo di KKR sul dossier ha riavviato le speculazioni sull’interesse di Xavier Niel in Telecom Italia”. Pur non partecipando all’offerta di acquisto di TIM, Niel potrebbe avere quindi l’interesse che il fondo acquisisca il suo competitor sul mercato italiano e spodesti Vincent Bolloré come principale azionista. “Se KKR acquista Telecom Italia, la rivenderà in cinque anni e sarà pronta a consolidare il settore in Italia”: questa l’ipotesi lanciata dalle colonne di BFM Business, uno dei più autorevoli media francesi di notizie economiche, secondo cui l’OPA degli statunitensi potrebbe trasformarsi in una resa dei conti fra Vincent Bolloré, il patron di Vivendi, e Niel. “Xavier Niel sta applicando esattamente la stessa strategia della Francia: dopo aver tagliato i prezzi e conquistato una quota di mercato del 12%, sogna di diventare più grande sposando Iliad con un concorrente”, scrive “BFM Business”, secondo il quale il concorrente in questione potrebbe essere proprio TIM. Non solo. L’ipotesi avanzata dall’autorevole media francese prevede la vendita di Iliad a TIM in cambio di un aumento di capitale;

secondo il quotidiano “Il Messaggero”, in un “allegato” sul tavolo del board di TIM, che sta lavorando al dossier KKR, avrebbe dato la propria disponibilità a supportare l’operazione la multinazionale statunitense Jp Morgan. KKR costituirebbe un “Bidco” (un veicolo) dotato di una liquidità di 45 miliardi di euro che servirebbero per il cambio di controllo e per rifinanziare il debito da 34 miliardi più gli 11 che andrebbero a costituire la cash confirmation da rilasciare a CONSOB. Jp Morgan avrebbe dato anche la propria disponibilità ad alzare il commitment oltre i 45 miliardi nel caso in cui KKR decidesse di alzare l’offerta;

considerato inoltre che:

Cassa depositi e prestiti detiene quasi il 10 per cento di TIM e ha il 60 per cento di OpenFiber, la società dedicata alla realizzazione della rete in fibra ottica in tutto il territorio nazionale, che in Italia è ancora largamente incompleta, mentre nelle città dove è più intensa e a maggior valore economico la domanda di servizi digitali si realizzano investimenti paralleli in tale infrastruttura;

da tempo i Servizi di intelligence non nascondono neppure nelle relazioni pubbliche la preoccupazione circa la tutela nazionale della rete e di società del gruppo TIM, ritenute strategiche (come Telecom Italia Sparkle e Telsy), un asset così rilevante per la sicurezza e per l’interesse nazionale che appunto non può essere controllato da soggetti privati, ma che necessita di un intervento dello Stato che, nel quadro di una strategia delle telecomunicazioni, assicuri il controllo pubblico della rete, della fibra ottica da costruire e poi della gestione del cloud;

peraltro l’evidente valore strategico delle reti TIM, come sottolineato nel piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), e di sicurezza nazionale implica la possibilità per il Governo di ricorrere alla normativa relativa al golden power;

da fonti di stampa si apprende che il Governo intenderebbe promuovere una sorta di supercomitato di ministri ed esperti, di cui peraltro non farebbe parte il Ministro del lavoro e delle politiche sociali,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto e, in particolare, delle “mire” indirette su TIM da parte del fondatore del gruppo Iliad;

se ritenga utile adottare le iniziative di competenza, anche attraverso l’esercizio del golden power, per rilevare le infrastrutture di rete direttamente e indirettamente di proprietà di TIM e aggregarle a quelle di OpenFiber in una società anche indirettamente controllata dallo Stato e realizzare la rete unica in fibra ottica e i cloud dei dati delle pubbliche amministrazioni, anche per garantire la sicurezza nazionale;

come intenda conciliare il bene pubblico dell’accesso universale di qualità alla rete delle telecomunicazioni con un’eventuale proprietà di un fondo di private equity che ha come obiettivo quello di massimizzare il rendimento del capitale nel breve periodo (e di conseguenza nessun interesse a investire per la qualità della rete in aree meno redditizie). Non a caso in nessun Paese industriale avanzato il controllo della rete di telecomunicazioni è in mano a un fondo di private equity;

se intenda tutelare i livelli occupazionali di TIM e il loro aumento, anche sulla base degli investimenti del piano nazionale di ripresa e resilienza.