Da ormai diversi anni si parla di salario minimo, definito dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) come l’ammontare di retribuzione minima che per legge un lavoratore riceve per il lavoro prestato in un determinato arco temporale, e che in alcun modo può essere ridotto da accordi collettivi o da contratti privati. Una soglia limite di retribuzione, sotto cui il datore di lavoro non può andare. In questa guida andremo a vedere più nel dettaglio cos’è il salario minimo, a cosa serve, qual è la situazione in Italia e come funziona negli altri paesi europei.

Cos’è il salario minimo e a cosa serve

Come abbiamo visto nella nostra introduzione, il salario minimo è una soglia fissata da ciascuno Stato, sotto cui nessun datore di lavoro può scendere per il pagamento delle prestazioni lavorative. In sostanza, l’integrazione nei vari ordinamenti europei di questo strumento va a riempire i buchi lasciati dalla contrattazione collettiva, che di per se fissa già le diverse soglie per ciascuna categoria di lavoratori, ma lasciando scoperta una grande fetta di questi ultimi. A questi, manca un vero e proprio paracadute che vada a scongiurare il pericolo di paghe troppo basse.

Il salario minimo perciò opera in questa direzione: colmare il buco dei contratti collettivi, che spesso non riescono a tutelare diverse categorie di lavoratori. Anche la BCE è intervenuta sull’argomento, difendendo il salario minimo in quanto solo esso potrebbe generare un effetto positivo sull’ammontare complessivo delle retribuzioni.

Secondo l’istituzione di Francoforte, questa misura riesce ad aumentare gli stipendi dei lavoratori. Ecco le parole di Gerrit Koester e David Wittekopf pubblicate nel loro studio: “Dal punto di vista contabile, le variazioni del salario minimo possono avere un effetto meccanico diretto sulla crescita salariale a livello aggregato. Un aumento del salario minimo innalza il livello retributivo per coloro che percepivano salari più bassi del nuovo minimo“.

Come funziona il salario minimo in Europa

Una recente analisi realizzata per la Camera dei Deputati ha stabilito come nei fatti il salario minimo, in tutti quei paesi dell’UE che l’hanno introdotto, non si sia sostituito ai contratti collettivi stipulati tra i sindacati e le organizzazioni dei datori di lavoro, ma semplicemente sia andato ad aggiungersi ad essi. Attualmente in Europa è previsto in 21 dei 27 paesi facenti parte dell’UE. Le nazioni che rimangono fuori sono:

  • Italia
  • Danimarca
  • Cipro
  • Austria
  • Finlandia
  • Svezia

Sei paesi che però hanno situazioni economiche molto diverse. Infatti, a differenza dell’Italia, in Stati come Austria, Finlandia e Svezia i salari sono cresciuti considerevolmente e solo una piccola parte di lavoratori non gode di contratti collettivi. Stando ai dati raccolti dall’Ocse, nel nostro Paese dal 1990 al 2020 il salario medio di un lavoratore è sceso del 2,9%. Inoltre, sempre nel 2020 la percentuale di lavoratori privi di contratti collettivi era superiore al 55%. La situazione nei paesi “forti” dell’UE è molto diversa rispetto a quella italiana, visto che in Francia e Germania i salari medi sono cresciuti di più del 30%.

Il caso della Germania è molto interessante. Qui la legge sul salario minimo è divenuta effettiva nel 2015, durante il terzo governo Merkel. Essa fissava la paga base a 8,5 euro l’ora. La decisione di introdurre un salario minimo fu dovuta principalmente al fatto che i contratti nazionali non riuscivano più a tutelare le nuove forme di lavoro emergenti, ovvero i cosiddetti minijobs. Durante il dibattito pubblico che aveva accompagnato l’approvazione delle legge, c’erano diversi oppositori contrari alla sua introduzione.

La paura dei più scettici era che il salario minimo potesse comportare un aumento del costo del lavoro insostenibile per le imprese, oltre ad una conseguente diminuzione della loro competitività e di un inevitabile mole di licenziamenti. In realtà, da quando la legge è entrata in vigore (ovvero, 7 anni fa), le cose sono andate in maniera del tutto diverse. A riferirlo è anche un recente studio della UCL (University College London) sull’impatto del salario minimo in Germania.

Secondo la ricerca, i lavoratori che prima dell’introduzione della legge ricevevano uno stipendio più basso (ovvero circa il 15% degli occupati) da un lato hanno visto aumentare sensibilmente il salario, dall’altro sono riusciti grazie a questa spinta ad ottenere posizioni retribuite meglio. Guendalina Anzolin, ricercatrice del King’s College di Londra, ha dichiarato a Internazionale: “Come mostra questo studio le imprese stesse traggono beneficio dalla misura. Se aumentano gli stipendi le aziende sono incentivate a competere non più attraverso la compressione dei salari, ma investendo in tecnologia e sviluppo con un conseguente aumento della produttività”.

In questo momento in Germania la soglia oraria minima è di 9,82 euro l’ora, ma il Governo ha già annunciato che vuole aumentarla a 12 euro entro fine anno. Non tutti i paesi però fissano il salario minimo a livello orario: molti prediligono una soglia mensile minima. Prendendo come riferimento una settimana lavorativa di 39 ore, gli Stati che hanno le buste paghe minime più alte sono la Francia con i suoi 1603 euro, il Belgio con 1658 euro, i Paesi Bassi con 1725 euro, l’Irlanda con 1775 euro e il Lussemburgo con 2257 euro.

La Francia ha un salario minimo molto più storicizzato rispetto agli altri Paesi UE. Infatti, esiste fin dagli anni ’70 e il suo ammontare viene periodicamente ricalcolato con un meccanismo automatico vigilato dal Governo. Si tratta di un meccanismo che dipende da diversi fattori e variabili, ma l’obiettivo è sempre quello di salvaguardare il potere d’acquisto dei lavoratori (anche ovviamente in caso di rincaro dei prezzi).

Simone Fana, coautore del libro “Basta salari da fame” (Laterza 2019) insieme a Marta Fana, ha osservato sulle pagine di Internazionale che “guardando alla Francia e alla Germania si capisce bene come l’introduzione del salario minimo non abbia condotto a un indebolimento dei sindacati o dei contratti nazionali“. I dati infatti danno ragione a Fana, in quanto nella nazione transalpina ben il 90% dei lavoratori è coperto dai contratti collettivi. Secondo i due autori, basterebbe sostenere i contratti collettivi, impedendo ai salari di scendere al di sotto di una certa soglia minima di retribuzione.

Il salario minimo è una decisione politica

Quanto emerge nelle righe precedenti è che il salario minimo è a tutti gli effetti una decisione politica. Adeguata alla specifica situazione economica di ogni Stato membro dell’UE, ma comunque una scelta legislativa analizzata e presa con coscienza di causa dal Parlamento. E in Italia? Qual è il dibattito che si è sviluppato in questi anni intorno ad una misura che ancora oggi non è stata introdotta in una Nazione che ne avrebbe sicuramente bisogno (aggiungiamo noi, più di altre)?

Nel nostro Paese esistono pensioni minime stabilite dalle leggi nazionali, ma non un livello di salari minimi. Questo è demandato interamente alla contrattazione fra le parti sociali: stando a quanto stimato dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), al momento sono in vigore circa 888 contratti collettivi nazionali. C’è però un aspetto davvero importante, di cui bisogna assolutamente tenere conto: in Italia non è obbligatoria la stipula di contratti collettivi. Esistono infatti imprese o tipologie di contratti di lavoro individuali in cui non è applicabile nessun contratto collettivo.

Ed è in questa situazione di buchi normativi che in Italia stanno iniziando a proliferare i cosiddetti working poors. Si tratta di quei lavoratori che percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà relativa. In Italia l’11,7% dei lavoratori dipendenti riceve un salario inferiore ai minimi contrattuali: a stabilirlo è l’ultimo reporto di “In-work poverty in the EU”. Proprio guardando a questi dati, alcune forze politiche (con il Movimento 5 Stelle in prima battuta) hanno proposto l’introduzione del salario minimo nazionale. Con un preciso obiettivo: superare lo schema dei contratti collettivi e dare una disciplina alla soglia minima degli accordi tra privati.

In Italia attualmente non esiste alcuna legge nazionale o regionale sul salario minimo. Ci sono diversi interventi normativi a tutela dei lavoratori, così come una norma di recente introduzione sulla parità salariale. Ma il fenomeno suddetto dei working poors e in generale i buchi riguardanti molte altre categorie di lavoratori non sono stati disciplinati. Alcuni tentativi in passato però sono stati fatti, come nel caso del Jobs Act, che prevedeva un salario minimo, rimasto escluso successivamente dai decreti attuativi.

L’art.1, comma 7, lettera g) della legge 10 dicembre 2014, n. 183 prevedeva esplicitamente l’introduzione di un “compenso orario minimo“. L’intento di questa legge, mai attuata, era quella di coprire da un salario minimo tutti quei settori non tutelati dalla contrattazione collettiva. Quindi, sarebbe dovuta intervenire in tutti i settori non disciplinati dai CCNL. Peccato che non sia mai entrata in vigore.

E così continua a persistere il problema di quelle fasce sociali che vivono al di sotto della soglia di povertà, dal momento che non c’è una forma di protezione sociale “non a termine”. Gli ammortizzatori sociali possono operare per periodi di tempo circoscritti: terminati, le famiglie o persone facenti pare di questa fascia non sono aiutate da alcun sostegno (fatta eccezione per il reddito di cittadinanza, misura modificata di recente dalla Legge di Bilancio 2022).

Come se non bastasse, in Italia non c’è solo il problema della mancanza di una legge che introduca e disciplini il contratto collettivo di lavoro. Oltre a questo, c’è il fatto che un contratto collettivo di lavoro da applicare nei contratti di lavoro individuali ha dei limiti. Sono principalmente questi:

  • non è obbligatorio, perchè di fatto l’imprenditore può non applicarlo e stabilire un contratto aziendale ad hoc;
  • gli ambiti della sua applicazione possono sovrapporsi e il datore può scegliere lo strumento contrattuale più conveniente;
  • non è obbligatorio il consenso del sindacato (l’impresa può scegliere cosa applicare unilateralmente);
  • due contratti collettivi diversi possono disciplinare due unità produttive della stessa impresa.

Ne consegue che una parte consistente di lavoratori dipendenti rischia di non essere tutelata da un contratto collettivo. E così non riesce ad avere un salario minimo. Secondo i dati forniti dal rapporto annuale 2021 dell’INPS, analizzati al Senato nella Commissione Lavoro, questi sono alcuni CCNL di settore con le relative retribuzioni:

  • turismo: il trattamento orario minimo è pari a 7,48 euro
  • cooperative nei servizi socio-assistenziali: l’importo orario minimo ammonta a 7,18 euro;
  • aziende dei settori dei pubblici esercizi, della ristorazione collettiva e commerciale e del turismo: minimo orario contrattuale pari a 7,28 euro;
  • settore tessile e dell’abbigliamento: retribuzione minima pari ad 7,09 euro;
  • servizi socio-assistenziali: il minimo retributivo è fissato in 6,68 euro;
  • imprese di pulizia e dei servizi integrati o dei multiservizi: minimo retributivo orario pari a 6,52 euro. Tale CCNL non viene rinnovato da oltre sette anni;
  • vigilanza e dei servizi fiduciari, non rinnovato dal 2015: il minimo salariale ammonta a 4,60 euro all’ora per il comparto dei servizi fiduciari e poco superiore a 6 euro per i servizi di vigilanza privata.

Nel momento in cui scriviamo è in corso di valutazione al Senato il disegno di legge n. 2187 a prima firma dell’ex Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo. Esso introduce una disciplina sul salario minimo, che valorizza i contratti collettivi siglati dai soggetti comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale. In più, introduce una soglia minima di 9 euro l’ora (una cifra che è pienamente nei parametri di adeguatezza indicati dalla Commissione Europea). Questo dovrebbe garantire il riconoscimento di una giusta retribuzione.

E non è finita qui, visto che l’Italia deve fare i conti anche con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): quest’ultimo mette tra le priorità la parità e adeguatezza salariale, erogando molti fondi per questo ambito di azione legislativa. Il Ministero del Lavoro ha individuato in particolare 11 progetti da finanziare sempre con riferimento al PNRR: tra questi c’è proprio l’istituzione di un salario minimo orario. A questo dovrebbero accompagnarsi premi ai lavoratori a seconda dei risultati raggiunti e incentivi fiscali per le nuove assunzioni.

Troppe categorie di lavoratori italiani non hanno alcuna tutela da parte dei contratti collettivi nazionali e senza un salario minimo deciso dalla politica e imposto per legge, le retribuzioni molto basse continueranno a proliferare.

SNATER LAZIO
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